(Viterbo, 1977), laureato in Conservazione dei beni culturali, con specializzazione in Gestione e valorizzazione della documentazione scritta e multimediale, si occupa di Storia dei movimenti antifascisti e resistenziali. Ha curato la consulenza storica per pubblicazioni, spettacoli teatrali, documentari audiovisivi e mostre, e scritto su diversi periodici specializzati. Ha pubblicato Faremo a fassela, Gli Arditi del popolo e l’avvento del fascismo nella città di Viterbo e nell’Alto Lazio, 1921-1925 (Sette Città, 2011), e La Battaglia di Cable street, La Disfatta delle camicie nere inglesi e la nascita dell’Antifascismo militante europeo (Red star press, 2017). Nel 2021, per l'editore Sette Città è uscito Da leggere e sentire

Isabella Lorusso, Angelo Leo, Tra braccianti e caporali, Storia di un sindacalista

Roma, Sensibili alle foglie, 2026, pp. 80, € 13.00

Di Silvio Antonini

La vita non è che un lungo ritorno e qui, Isabella Lorusso, che ora vive in Inghilterra, torna nella sua terra d’origine, il Brindisino, dopo averci accompagnato in giro per mezzo mondo, dall’Italia alla Spagna sino al Sudamerica, alla scoperta delle vite di guerrigliere e guerriglieri, anarchiche ed anarchici, rivoluzionarie e rivoluzionari, testimoni e protagonisti del tempo e dello slancio utopico e concreto, nei suoi splendori come nelle sue contraddizioni.

Un lavorio che ha portato alla pubblicazione di monografie ad alto interesse  culturale, come nel caso del Poum nella Guerra civile e sociale spagnola o della condizione femminile in Albania. Argomenti su cui in Italia la bibliografia non si presenta affatto consistente, sia a livello accademico sia a livello divulgativo.

Il meccanismo qui è quello ampiamente rodato con le precedenti sortite: l’intervista in cui l’Autrice lascia parlare l’interlocutore interagendo perlopiù con brevi incisi e lasciando che emergano vissuti, sensazioni, rivelazioni e sentimenti.

Il protagonista qui è Angelo Leo, di Ceglie Messapica, classe 1955, nella sua essenza di sindacalista, come lo è stato sino a quattro anni fa. Sindacalista dei braccianti, in un territorio come quello delle campagne pugliesi dove, nel corso dei decenni, ha seguitato a farsi sentire in modo più veemente che altrove la morsa del caporalato. Leo diviene sindacalista effettivo nel 1981, chiamato dalla Cgil. Siamo nel pieno del riflusso, a pochi mesi dalla cosiddetta Marcia dei quarantamila a Torino, in cui i quadri intermedi Fiat, in nome dell’interesse comune, avevano chiesto la cessazione delle lotte. Un fatto al momento di tenore simbolico che avrebbe tuttavia dato il La a quel lungo processo di sgretolamento sociale e politico del mondo del lavoro giunto sino ai giorni nostri. Ebbene, in quegli stessi frangenti, Leo era stato chiamato invece a difendere gli sfruttati in una realtà che ancora rispondeva pienamente a criteri arcaici dell’organizzazione del lavoro.

Siamo negli anni Ottanta del Novecento. La mano d’opera è ancora autoctona. Il problema più drammatico, che non sempre balza alle cronache, è quello degli incidenti stradali. I caporali, sono i capi del trasporto, come gli spedizionieri nel commercio marittimo, divenuti tali magari a seguito dell’emigrazione in Germania con i quali risparmi sono riusciti ad acquistare un furgoncino. Nel buio e nella stanchezza è facile che si verifichino sbandamenti, uscite dalle carreggiate etc., con tragiche conseguenze, non di rado mortali, per i passeggeri.

L’altra questione è quella di genere, perché il bracciantato, soprattutto allora, era quasi esclusivamente femminile. Ed ovviamente i caporali non erano estranei a molestie di carattere sessuale, come forma di ricatto, sino agli stupri. Le vittime non erano solite sporgere denuncia, principalmente perché, laddove sposate, temevano che i mariti scatenassero delle faide, dai possibili drammatici strascichi, con i caporali e, più in generale, avevano paura di perdere il posto.

Si parla al passato ma non è che determinate problematiche siano oggi scomparse. Ad ogni modo, ci racconta Leo, delle conquiste in tal senso si sono avute. Grazie alle denunce, alle battaglie sindacali e agli squarci della coltre di omertà e connivenza che ci sono stati negli apparati istituzionali, giudiziari, così come nelle forze dell’ordine. Poi, a partire soprattutto dagli inizi degli anni Novanta, si apre il capitolo dei flussi migratori che, come avvenuto un po’ dappertutto, si sono riversati fondamentalmente sull’agricoltura e sull’edilizia. Un elemento che ha gettato sul tappeto della questione sociale e politica anche il problema del razzismo e delle possibili risposte d’inclusione.

La seconda parte della monografia è di carattere più strettamente biografico. Isabella chiede ad Angelo di ricostruire i suoi trascorsi personali e politici, prima dell’impegno sindacale diretto. L’intervistato si è avvicinato alla lotta politica praticamente nella prima adolescenza. Ha militato nel Circolo Lenin, di ispirazione maoista, presente e molto attivo nella Puglia degli anni Settanta. E siccome chi non fa inchieste non ha diritto a parlare, il Circolo si era distinto all’epoca per aver effettuato delle inchieste proprio sulle condizioni del mondo contadino. Ci sono poi gli scontri con i fascisti, in un territorio sì con una tradizionale e consolidata presenza del movimento dei lavoratori ma contrastato da ras locali con il loro codazzo di bassa manovalanza e violenti picchiatori.

Uno snodo fondamentale per la vita di Angelo, così come per moltissimi altri della sua generazione, è rappresentato dal servizio militare, svolto a Casarsa delle Delizie, paese noto perché vi aveva origine la mamma di Pasolini, il quale vi passò parte dell’infanzia e del periodo bellico, Pordenone e Gemona. Siamo nel 1975-76 e anche nelle caserme si fanno sentire i fermenti in atto nella società. Leo partecipa infatti alle battaglie dei Proletari in divisa e delle altre organizzazioni che fanno capo alla Nuova sinistra. Restituisce, a riguardo, un aneddoto curioso circa un concerto a Pordenone di Demetrio Stratos, che lesse volentieri dal palco un comunicato che proprio Angelo gli aveva scritto e sottoposto, salvo ad un certo punto fermarsi perché non riusciva più a comprenderne la calligrafia, con pericolose ricadute. Altro personaggio incontrato in quel periodo è Vittorio Vidali conosciuto in una conferenza su Militarismo ed antimilitarismo tenuta vicino Pordenone.

L’elemento però più impattante in merito è stato certamente quello relativo al terremoto di Gemona, di cui il 6 maggio ricorrerà il 50° anniversario, dove Leo era stato trasferito a due mesi dal congedo. Salvo per puro caso: era rimasto nel turno di guardia mentre i commilitoni erano andati al cinema, crollato alla prima scossa. Sarebbe poi stato tra i soccorritori, salvatore di vite e testimone attivo della tragedia.  

In conclusione, il bilancio che fa Angelo Leo è inevitabilmente in attivo ed in passivo assieme. La soddisfazione per la vita che si è scelto di condurre, per i risultati conseguiti in termini personali e collettivi e, nel contempo, molta amarezza per la deriva, a tutti i livelli, di quell’area politica che era stata suo riferimento. Ha visto il suo territorio inesorabilmente trasformarsi, il movimento operaio e contadino sgretolarsi o, comunque, perdere i suoi riferimenti, sino a vedere gli esponenti di Fratelli d’Italia diventare sindaci, l’atto finale.

Non sembra oggi avere egli stesso un riferimento organizzativo fermo, in termini politici e partitici, come per molti, anzi per i più; ferma resta comunque l’idea, l’angolazione da cui si guardano il mondo e la vita. E questo resta l’indispensabile requisito di fondo.  

Chiude un commento a postfazione di Claudia Pinelli.