Alcune considerazioni su Carver
Di Michele Nigro
Il primo impatto con la poesia-racconto di Carver non è stato dei migliori: non riuscivo a
considerare poesia quel suo raccontarsi praticamente in prosa con frasi che andavano a capo
(critica che i puristi della metrica muovono nei confronti della maggior parte dei poeti oggi in
circolazione!). D’altronde Carver è conosciuto più per i suoi racconti e quindi questo suo
estendersi come prosatore anche in ambito poetico mi sembrava più una forzatura degli schemi editoriali, per scrivere in altro modo, con un’altra forma, ciò che l’autore sapeva già dire benissimo in narrativa. Ma andando avanti nella lettura dei due corposi volumi di “Tutte le poesie” editi da minimum fax (2021), mi sono accorto di aver preso una leggendaria cantonata e che c’era più poesia in quei versi lunghi e caratterizzati da un linguaggio eccessivamente quotidiano che in molte altre poesie sintetiche, fulminee, metricamente ordinate e per questi motivi inaccessibili e inconcludenti nel riuscire a far sapere al lettore l’autentica esperienza vissuta dall’autore.
La domanda successiva, nel corso della lettura, è stata: può una tale poesia raccontata conservare ancora quell’indicibilità che è caratteristica fondamentale della ricerca poetica oppure svelando tutto e subito lascia il lettore soddisfatto e senza domande? La “poesia chiara” di Carver proprio perché soddisfa apparentemente, e nel momento stesso della lettura, tutte le curiosità del lettore, proprio perché “spiega” i fatti senza nascondersi dietro passaggi indecifrabili, dimostra di contenere e di proteggere un nucleo di “non detto”, non visibile nell’immediato e che è di non facile interpretazione.
Versi del tipo: “Quasi tutti / se ne sono andati dalle nostre vite, ormai. / Mi
volevi chiamare, così per un saluto. / Per dirmi che stavi pensando / a me e ai vecchi tempi. / Per dirmi che ti mancavo.” (I vecchi tempi, pag. 283 – Vol.I), descrivono tutto sommato un pensiero intriso di normale quotidianità e sarebbero potuti apparire riuniti in un’unica frase lineare, in ambito narrativo, senza “a capo” pseudo-poetici, conservando una indiscutibile forza evocativa.
Chi pensa che la prosa sia priva di poeticità forse farebbe bene a smettere di leggere qualsiasi
cosa! Carver, presentandoci questo processo interiore piuttosto comune in forma “poetica”, è come se volesse dirci che la poesia è intorno a noi, è già nei nostri stessi pensieri banali e quotidiani, nelle frasi fatte; è nella normalità che troppo spesso è svalutata e depotenziata da una inutile ricerca di complessità; vuole dirci che tutto è poesia, anche il semplice e troppo scontato pensiero di una persona che ci manca: un tema considerato forse eccessivamente sdolcinato, inflazionato da migliaia di canzoni, non più attrattivo ormai… D’altronde è lo stesso Carver a dichiararlo: “Ho sempre sentito e sostenuto che la poesia, per gli effetti che ottiene e per il modo in cui è composta, sia più vicina al racconto di quanto il racconto lo sia a un romanzo. I racconti e le poesie si somigliano molto di più per lo scopo perseguito nel processo di scrittura, per la compressione del linguaggio e delle emozioni, e per la cura e il controllo necessari a raggiungere il loro obiettivo”
(Nota dell’editore, pag. 9 – Vol.I, “Tutte le poesie”, ed. minimum fax).
Quando Carver parla di soldi per “Pagarci l’affitto e le bollette / Comprarci cibo e ancora cibo. /
Andare a cena fuori quando gli pare” (Soldi, pag. 327) o di un secondo lavoro (“Quanti soldi fanno gli scrittori? […] gli tocca fare anche un altro lavoro…” Per Semra, con vigore marziale, pag. 89) non svilisce l’alta missione della ricerca poetica facendola precipitare in basso, intrappolandola tra le sabbie mobili e meschine di una poco affascinante quotidianità convenzionale, bensì ci “costringe” con l’arma dell’ironia (e dell’autoironia: “Ventott’anni, una pancia pelosa che mi sporge / dalla canottiera”, Fallimento, pag. 79) a ricercare, e a volte persino a trovare, il poetico nelle esigenze immanenti perché le grandi domande sull’esistenza non derivano per forza da pressioni spirituali, da vagabondaggi nel metafisico, da quesiti interiori inconsistenti, ma da riflessioni di natura materiale, che accompagnano gesti ripetuti ogni giorno inconsapevolmente, da esperienze vissute in prima persona e non camuffate da notizie provenienti da lontano (soffermandosi addirittura su un tema inflazionato come l'”Autunno”, pag. 163), dalla descrizione “cinica” di cose capitate realmente e non inventate: “… che sei quasi contento che il cagnolino / sia stato investito,
altrimenti non avresti / mai scritto quella bella poesia. / poi ti siedi a scrivere / una poesia sullo
scrivere poesie” (Ti muore il cane, pag, 71).
Carver non si rifà alla nobiltà dell’uomo ma alla sua fragilità, ai suoi vizi, alle sue ripetute cadute e disavventure, al suo stupore per ciò che abbiamo sotto il naso, alla sua inaffidabilità sulle piccole e sulle grandi cose; si rifà all’inaffidabilità dell’esistenza, agli inconvenienti, agli errori che sono il sale della vita (“Rivivrei la mia vita un’altra volta? / Rifarei gli stessi imperdonabili errori? / Sì, se appena potessi, sì. Li rifarei.” Pioggia, pag. 325), alle fatalità che scoraggerebbero chiunque e che invece diventano poesia e rivelano tra le pieghe di ciò che è evidente la nascosta intimità con l’infinito: ma non compie questa operazione per umiliare l’uomo, per umiliare se stesso (anche perché “Tutte le poesie sono d’amore”, pag. 89… anche se “Voi non sapete che cos’è l’amore”, pag. 107), bensì per evidenziare il poetico che c’è e resiste nella vita bassa, e che attende solo di essere cantato in modo concreto, versificato con ironico disincanto come se fosse un racconto che racconto non è.















