Roberto Cocchis, classe 1964, nato a Bari, cresciuto a Napoli, oggi residente nel Casertano dopo aver trascorso molti anni nel Nord Italia. Diversi lavori svolti nella vita, attualmente insegnante di ruolo nel licei. Redattore di Redattore di Vanilla Magazine e di Cronache Letterarie, estensore del blog L'angolo giallo, autore di diverse opere narrative, uscite in gran parte con la Placebook Publishing".

Ruth Blatt, Dora Fabian. Due cugine contro il nazismo

Di Roberto Cocchis

C’è una Storia più difficile da scrivere, e quindi anche più difficile da leggere, quella che non utilizza i documenti ufficiali quali fonti ma si appoggia soltanto alle testimonianze. Si tratta di una Storia difficile da scrivere perché i testimoni spesso mentono, e anche quando sono in buona fede a volte hanno una prospettiva ingannevole dei fatti, o riferiscono una verità solo parziale. Perciò questa Storia va scritta sempre con prudenza, tenendo sempre conto di tutti gli elementi oggettivi che possono smentire o ridimensionare una testimonianza.

Questo non significa che i testimoni non si debbano ascoltare con la massima attenzione, anzi. Spesso, infatti, capita che saltino fuori dei testimoni in grado di smentire narrazioni ufficiali di comodo, e questi sono testimoni preziosissimi, perché forniscono gli spunti e le tracce che occorrono per mettersi in cerca degli elementi oggettivi contrari appunto a questo tipo di narrazione. Allora bisogna spicciarsi, non far passare troppo tempo, raccogliere le testimonianze finché i testimoni sono in vita ed è ancora possibile porre loro delle domande, chiedere dei chiarimenti, confrontare le diverse versioni non ufficiali.

È stato solo dopo la fine degli anni ’80, quando la caduta del Muro di Berlino e il collasso dell’URSS hanno portato alla rimozione di una serie di ostacoli e tabù, che si è finalmente cominciato a parlare seriamente delle complicità e collusioni dell’Occidente democratico nell’ascesa al potere di Hitler e in tutti i suoi crimini. In precedenza, qualsiasi affermazione in questo senso sarebbe stata proclamata disfattista e anti-occidentale. A pericolo scampato, l’Occidente ha allentato la morsa sulle verità nascoste e qualcuno ha cominciato a raccontarle.

Ad esempio, spiegando che negli USA i nazisti godevano di un notevole consenso e di un elevato numero di simpatizzanti, anche e soprattutto tra le classi dirigenti, in mezzo alle quali gli antisemiti abbondavano e non dovevano nemmeno nascondersi. C’erano stati addirittura ebrei vittime di linciaggi analoghi a quelli dei neri, come quello orchestrato dal KKK di cui era stato vittima l’imprenditore Leo Frank in Georgia nel 1915. Anche al tempo della presidenza Roosevelt il Dipartimento di Stato era pieno di funzionari antisemiti che minimizzavano le notizie provenienti dalla Germania e trovavano ogni scusa per negare i visti d’ingresso agli ebrei in fuga dall’Europa. Il libro “Il giardino delle bestie” di Erik Larson ricostruisce l’esemplare vicenda dell’ambasciatore americano a Berlino, William Dodd, uno storico inizialmente antisemita e filotedesco, che però davanti alla brutalità dei nazisti non riuscì a tacitare la propria coscienza e denunciò diversi crimini di cui furono vittime perfino dei cittadini americani, senza che però a Washington nessuno facesse niente per evitare di guastare i rapporti con Hitler, che aveva moltissimi simpatizzanti negli USA. La figlia di Dodd, Martha, disgustata dall’atteggiamento dei suoi connazionali, diventò una spia sovietica e visse per il resto della vita in URSS.

Sulle infinite ramificazioni dei movimenti filonazisti negli USA degli anni ’30, è uscito un altro libro interessante e sconvolgente: “Prequel” di Rachel Maddow, dal quale si apprende che i nazisti investirono somme enormi in una propaganda filonazista che, per molto tempo, contribuì a tenere gli USA fuori della Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, il fatto che gli americani continuassero a commerciare con gli inglesi e che i sommergibili tedeschi affondassero molte navi americane, unito all’alleanza tra i tedeschi e i giapponesi che avevano attaccato gli USA nel Pacifico finì per determinare ugualmente l’entrata nel conflitto degli americani, contro i tedeschi.

Altrettanto noto è ormai il dato inconfutabile per cui tra l’aristocrazia inglese e i grandi industriali inglesi il livello di collusione con il nazismo fu a lungo molto elevato. Prima di tutto sono saltate fuori le simpatie naziste di Edoardo VIII, il re che abdicò per sposare Wallis Simpson, poi via via tutto il resto. A parlare per la prima volta di una concreta collusione tra istituzioni inglesi e movimenti filonazisti è stato un ingegnoso scrittore di spionaggio, Jack Gerson (1928-2012). Gerson, autore di successo di narrativa e televisione, pubblicò tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 una miniserie di romanzi di spionaggio ambientati in Inghilterra negli anni ’30, il cui protagonista, Ernst Lohmann, è un ex commissario di polizia tedesco costretto a fuggire dalla Germania perché antinazista. Nelle sue avventure, piene di colpi di scena, Lohmann ha continuamente a che fare non solo con nazisti tedeschi e inglesi, ma anche con ogni sorta di personaggi delle istituzioni inglesi, soprattutto poliziotti, pronti a tutto pur di proteggere i nazisti. Due dei tre romanzi di Gerson con Ernst Lohmann sono arrivati anche in Italia, nella celebre collana di spionaggio “Segretissimo”.

In questo clima, nel 1996, la storica inglese Charmian Brinson pubblicò un saggio rigorosissimo su un episodio molto controverso: la morte di due attiviste tedesche antinaziste, Dora Fabian e Mathilde Wurm, in un appartamento di Bloomsbury, nell’aprile del 1935. Un’inchiesta frettolosa e sciatta aveva concluso che le due donne si erano suicidate, in seguito a una delusione sentimentale patita dalla più giovane. Ma, al di là dell’improbabile movente, tutti sapevano che entrambe erano state minacciate ripetutamente dai nazisti ed erano già sfuggite ad altri tentativi di eliminazione.

Il lavoro della Brinson, purtroppo mai arrivato in Italia, fu poi letto dalla scrittrice australiana Anna Funder, che era già al corrente del fatto, essendo stata allieva di un’altra tedesca antinazista fuggita dalla Germania, Ruth Blatt, cugina di Dora Fabian.

Dalla testimonianza di Ruth Blatt (morta a 95 anni nel 2001) e dallo studio del libro della Brinson, Anna Funder ha ricavato un impressionante romanzo storico, perfettamente documentato, intitolato “Tutto ciò che sono”, che anche in Italia ha avuto un discreto successo.

All’interno di questa storia si muovono tutti i principali protagonisti della resistenza antinazista in Inghilterra: una resistenza difficilissima, perché a essi era vietata ogni attività politica, pena l’immediato rimpatrio coatto in Germania (e quindi la consegna al boia o al campo di concentramento). Vediamo all’opera il drammaturgo Ernst Toller (1893-1939), destinato a uccidersi a New York all’annuncio della vittoria dei franchisti nella guerra civile spagnola; Walter Fabian (1902-92), il marito di Dora, che avrebbe combattuto i nazisti nella legione straniera francese; Berthold Jacob (1898-1944), il giornalista che svelò le prove del riarmo nazista contro le clausole di pace del 1918, e fu rapito dai nazisti in Svizzera grazie a una soffiata; Hans Wesemann (1895-1971), un altro giornalista, che fece il doppio gioco e tradì Jacob, poi dopo la guerra si rifugiò a Caracas; Mathilde Wurm (1874-1935), deputata al Reichstag costretta all’esilio, abituata a mantenere un profilo basso ma destinata a dividere il destino di Dora Fabian. E, in ultimo, proprio Dora Fabian (1901-35), la vera protagonista della trama, una donna coraggiosa fino ai limiti dell’incoscienza, che era stata arrestata in Germania dopo aver recuperato avventurosamente le carte con le opere inedite di Toller (i cui libri venivano dati al rogo dai nazisti), era altrettanto avventurosamente fuggita in Inghilterra ed era sicuramente la personalità più attiva nella propaganda antinazista in quel periodo.

Seguendo il suo esempio, Ruth Blatt lasciò l’Inghilterra nello stesso 1935, per andare a Praga passando per Parigi e Basilea. Voleva aiutare i suoi familiari a mettersi in salvo, ma un altro infiltrato la tradì e finì arrestata appena provò a rimettere piede in Germania. Condannata a 5 anni di carcere, li scontò tutti e, all’uscita, le fu notificato che se entro 24 ore non avesse lasciato la Germania sarebbe finita in campo di concentramento. A dimostrazione della sadica perversità dei nazisti, le erano stati ritirati i documenti e non aveva nessuna possibilità di espatriare legalmente. Riuscì tuttavia a passare clandestinamente in Svizzera e poi in Italia e arrivò a Genova dove si imbarcò su una nave in partenza per Shangai il giorno prima dell’entrata in guerra degli italiani. A Shangai riuscì faticosamente a sopravvivere anche alla durissima invasione giapponese, e dopo la guerra andò in Australia, dove finalmente poté vivere tranquilla gli ultimi anni e raccontare la sua storia alla Funder.