Collabora con varie riviste ed è creatore e curatore del blog Pomeriggi perduti

“Viaggio a Tokyo” di Yasujirō Ozu e l’hic et nunc degli affetti

Di Michele Nigro

Tra i film di Yasujirō Ozu, quello più toccante, malinconico e delicato è a mio avviso “Viaggio a Tokyo” del 1953; dietro una trama apparentemente semplice, lineare, che prende spunto dalla quotidianità della vita di persone ordinarie, si nasconde un vasto mondo di sentimenti, di dinamiche familiari comuni a tutte le culture, da oriente a occidente. È praticamente impossibile non riconoscersi in almeno una sequenza di questo film perché in esso sono contenuti tutti i temi principali riguardanti la vita umana, familiare e individuale: il rapporto tra genitori e figli e la sua evoluzione “fisiologica” nel tempo, le distanze generazionali e geografiche che spesso allontanano gli uni dagli altri, le gioie e le delusioni che i figli procurano ai propri cari, gli affetti dati per scontati e quelli inattesi e per questo più graditi, la morte che mette in evidenza – quando ormai è troppo tardi – la carenza di attenzioni verso chi immaginiamo essere eterno, la solitudine che insegue ogni essere umano…

Un film che diventa monito affinché non si sottovaluti il passare del tempo, la cura che impieghiamo nelle relazioni familiari e sociali, la fortuna di avere i propri genitori in vita… Una pellicola delicata, si diceva, perché impregnata dall’inizio alla fine di quel modo di fare rituale, ossequioso, educatissimo appartenente alla cultura nipponica; un tipico esempio di “caos calmo” anche in quei momenti in cui le emozioni avrebbero tutto il diritto di prendere il sopravvento. Eppure la compostezza dei personaggi, con i loro gesti calibrati e le frasi sussurrate con una sonorità monotona, nulla toglie all’intensità dei sentimenti che traspare con ancor più forza proprio grazie a un filtro culturale radicato nel tempo. Il regista con questo film ha voluto evidenziare, già negli anni ’50, dopo appena otto anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, il distacco generazionale tra un’epoca ancora legata a certe tradizioni e al rispetto di determinati ruoli, e la nascente moderna società nipponica dedita al lavoro, al successo economico, al progresso che tutto accelera rendendoci distratti, superficiali, anaffettivi, incapaci di tenerezza. L’unica che ancora riesce a tenere uniti le due società, il passato e il presente, la provincia e la metropoli, gli affetti che danno senso alla vita e la velocità del nuovo Giappone è Noriko, vedova del secondogenito dei due anziani protagonisti scomparso nell’ultima guerra: in lei sopravvivono sentimenti di devozione, di fedeltà estrema verso chi non tornerà mai più, di rispetto per gli anziani da altri considerati come un peso e non come una fonte non eterna di significati; grazie all’insegnamento ricevuto dal dolore per il lutto subito e dalla solitudine che ne è conseguita, la giovane nuora è in grado di conservare una saggezza e una sensibilità che sembrerebbero mancare negli altri figli dell’anziana coppia. Noriko è l’unica ad aver compreso che il tempo è ingannevole e con la morte ogni gesto prima possibile diventa irrecuperabile, perso per sempre, che l’hic et nunc degli affetti è una regola sacrosanta perché tutto scorre velocemente, la morte ci insegue e ogni istante è buono per dimostrare ciò che già domani potremmo non avere più la possibilità di dimostrare. La morte quasi improvvisa dell’anziana madre per un attimo sembra fermare la corsa individuale dei figli ma l’incantesimo dura poco e ognuno, come forse è giusto che sia, ritorna al traffico della vita quotidiana: solo Noriko e la figlia più giovane dell’anziana coppia, Kyōko, sembrano aver conservato una sufficiente sensibilità e lentezza grazie alle quali potersi soffermare a riflettere sull’inesorabilità dei cambiamenti esistenziali, sul cinismo di chi riprende la propria strada pensando al lato pratico della vita e agli impegni lasciati in sospeso, sulla solitudine di chi sopravvive… La semplicità degli elementi che compongono i film di Yasujirō Ozu è sorprendente; non c’è bisogno di una trama complessa per rendere appetibile un film perché la quotidianità descritta in maniera genuina è essa stessa trama, significato e significante. La trasparenza e la lentezza con cui questi elementi vengono presentati allo spettatore sono disarmanti: oggi, simili tempi filmici sarebbero impensabili per il timore di perdere l’attenzione del pubblico; alla fine la frenesia e l’impazienza generazionale denunciata dal regista in “Viaggio a Tokyo” hanno raggiunto anche l’arte cinematografica: tutto deve essere veloce, scorrevole, pratico, efficiente, spettacolare; niente deve essere di intralcio alla propria comodità, neanche se si tratta dei propri genitori venuti finalmente a Tokyo in visita. La riflessione, la tradizione, la cura delle relazioni sono bandite. Gli anziani rappresentano il residuo lento e inconciliabile di un passato da dimenticare e relegare in provincia; il nuovo Giappone è proteso verso un frenetico sviluppo, la ricostruzione post bellica, verso un successo aziendale che sacrifica l’individuo sull’altare del bilancio. Le dinamiche familiari, i dialoghi, gli atteggiamenti, le riflessioni che ritroviamo in questa preziosa pellicola di Ozu potrebbero essere tranquillamente traslate dal Giappone degli anni ’50 alla società italiana dei nostri giorni: l’epoca, la cultura, la lingua, la geografia non influenzano minimamente quelle verità esistenziali che appartengono a tutto il genere umano. L'”etologia” familiare è uguale in ogni angolo del pianeta. Le domande cardine che scaturiscono dal film sembrerebbero essere le seguenti: cosa ne facciamo del tempo messo a nostra disposizione per amare i nostri cari? Sono stato un buon figlio o una buona figlia? Avrei potuto dare e fare di più? Avrei potuto essere più gentile? Siamo riusciti a esprimere e trasmettere il nostro affetto? Quanto abbiamo gratificato o deluso i nostri genitori? Perché la specie umana è così distratta e superficiale al punto da essere costretta a trascorrere il resto della propria esistenza convivendo con rimorsi, pentimenti, sensi di colpa, mentre al contrario basterebbero un po’ di attenzione e di cura da rivolgere ai propri cari quando si è ancora in tempo? Solo la drastica lezione ricevuta dall’inesorabilità della morte sembra essere in grado di risvegliarci per qualche istante dal torpore delle nostre cieche abitudini.

In copertina la locandina originale del film, presa da wikipedia