Adrien de Gerlache e le scoperte geografiche
Di Roberto Cocchis
Sembra incredibile che una nazione piccola e di istituzione recente (1839) come il Belgio abbia potuto dare un importante contributo alla scoperta del continente antartico, eppure questo è davvero avvenuto, grazie praticamente alla volontà di un solo uomo, Adrien de Gerlache. Il risultato del suo impegno fu la spedizione della Belgica, che durata dal 1897 al 1899 anche se non fu una spedizione di grande successo e mancò quasi tutti gli obiettivi prefissati, riuscì ugualmente a ottenere notevoli risultati scientifici e rappresentò il primo importante banco di prova per Roald Amundsen, il più grande esploratore polare di tutti i tempi.
De Gerlache, nato nel 1866 in una famiglia della piccola aristocrazia, figlio di un ufficiale della marina militare, fu costretto dal padre a laurearsi in ingegneria prima di potersi arruolare a propria volta. Dopo una carriera che lo portò a girare un bel po’ di mondo, nel 1891 provò ad arruolarsi nella spedizione antartica svedese che doveva essere guidata da Adolf Erik Nordenskjold, ma innanzitutto nessuno rispose alla sua candidatura, poi la spedizione stessa accumulò notevoli ritardi per problemi di finanziamento (si sarebbe tenuta infine nel 1901-1904, ossia dopo quella della Belgica, quando Nordenskjod era già morto, e a comandarla fu suo cugino Nils Otto Nordenskjold) e quindi de Gerlache decise di provare a organizzarne una per proprio conto.
La vicenda della spedizione de Gerlache è stata ricostruita e narrata da Julian Sancton nel libro La Belgica, tradotto in italiano da Corbaccio con il titolo Intrappolati nel ghiaccio. Si tratta di una vicenda davvero esemplificativa delle condizioni in cui si svolgevano le missioni di esplorazione a quel tempo. Innanzitutto c’era il problema del reperimento dei fondi, che arrivavano per lo più da sottoscrizioni tra appassionati e mecenati vari (il principale fu l’industriale Solvay), ma anche dai contributi elargiti a vario titolo da governi, parlamenti e società geografiche nazionali. Tutti questi finanziamenti venivano concessi in cambio di qualcosa, ad esempio del completamento di particolari studi, o a condizione che il prestigio dell’istituzione patrocinante ne risultasse accresciuto. Come questo potesse avvenire, dipendeva dalle diverse situazioni. Nel caso di de Gerlache, il parlamento belga fornì alla spedizione un notevole appoggio finanziario, che permise l’acquisto di una solida baleniera norvegese (il cui nome fu cambiato da Patria a Belgica) e di molti rifornimenti, ma a patto che l’impresa fosse condotta soprattutto da belgi.
Questo punto rappresentava un grosso problema, perché i marinai belgi non avevano quasi mai un’esperienza tale da affrontare da veterani le infide acque glaciali intorno all’Antartide, tant’è che de Gerlache aveva pensato di arruolare personale in gran parte scandinavo, soprattutto marinai norvegesi che avessero già avuto a che fare con spedizioni precedenti al polo Nord. Lo stesso doveva valere per gli scienziati, e anche qui c’era il problema della scarsità di scienziati belgi, nessuno dei quali intendeva rischiare la vita in una spedizione che di fatto era diretta verso l’ignoto.
L’unico a seguire entusiasticamente de Gerlache fu un altro ufficiale di marina, suo amico fraterno, Emile Danco, che fu arruolato come geofisico ma nascose il fatto di essere affetto da una cardiopatia progressiva. Alla fine, per poter avere a disposizione una squadra efficiente di studiosi, de Gerlache si ritrovò ad accettare le domande di una variegata pattuglia di giovani dilettanti di talento, come i polacchi Henryk Arctowski e Antoni Dobrowolski, che se non altro avevano studiato in Belgio, il romeno Emil Racovita, che aveva studiato in Francia, e il norvegese Roald Amundsen, che lasciò gli studi di medicina per unirsi alla spedizione, ma aveva già vissuto significative esperienze nel Mar Glaciale Artico accanto a Fridtjof Nansen.
Amundsen, che partecipò alla spedizione come volontario non retribuito, ebbe il grado di primo ufficiale ma per qualche tempo dovette incaricarsi dell’infermeria della nave, prima che in Brasile si unisse all’equipaggio un medico americano, Frederick Cook. Cook, anch’egli un veterano dell’Artico dove era stato con Robert Peary, era stato tra i primi a essere ingaggiato ma non aveva raggiunto prima la spedizione perché impegnato a curare la propria fidanzata ammalata, ed era partito non appena la donna era stata meglio.
Amundsen e Cook, che strinsero una solidissima amicizia, sarebbero stati i veri protagonisti della spedizione e in seguito avrebbero ancora fatto parlare moltissimo di sé, ma per ragioni differenti.
Tra i marinai ce n’erano sette norvegesi e sei belgi, più due tecnici di bordo, entrambi belgi, un cuoco francese e due camerieri belgi, e infine il secondo ufficiale della nave, un altro ufficiale della marina belga, l’esperto Georges Lecointe. Ma prima ancora di arrivare a destinazione l’equipaggio si ridusse di diversi elementi: quattro dei marinai belgi, due di quelli norvegesi e il cuoco francese furono licenziati perché troppo indisciplinati, e anche uno dei tecnici di bordo, Henri Somers, fu inizialmente allontanato dopo un episodio di ubriachezza, ma poi riassunto perché non si trovò nessuno disposto a sostituirlo. A prendere il posto del cuoco fu uno dei due camerieri, Louis Michotte, che cucinava malissimo, cosa che non contribuì certo a migliorare i rapporti a bordo.
Che la situazione fosse tesa, lo mostra un episodio agghiacciante. L’equipaggio aveva imbarcato anche due gatti, sia per combattere l’inevitabile infestazione da ratti nella stiva, sia perché la tradizione marinaresca vedeva i felini come portafortuna. Le due bestioline furono battezzate con i nomi di Sverdrup e Nansen, ossia come due famosi esploratori, il secondo dei quali era stato anche ospite della nave prima della partenza. Il più selvatico dei due, Sverdrup, prese a fare i suoi bisogni davanti alla cabina di Lecointe, finché l’ufficiale, in un momento d’ira, lo afferrò e lo scagliò fuori bordo. Anche se il gatto riuscì a tornare a galla, i marinai non poterono recuperarlo.
La spedizione affrontò momenti difficilissimi prima ancora di giungere a destinazione, ad esempio al momento di superare lo stretto di Magellano. Finalmente, nel gennaio del 1898, giunse in prossimità della terra di Graham, la penisola più a Nord del continente antartico dal lato rivolto verso il Sudamerica. Il 22 gennaio, durante una tempesta, il marinaio norvegese Carl Wiencke cadde fuori bordo e, nonostante un disperato tentativo di salvataggio da parte di Lecointe, che si tuffò nelle acque gelide dopo essersi legato a una cima, annegò. Nelle settimane successive, la spedizione procedette abbastanza facilmente, mappando uno stretto che fu poi intitolato a de Gerlache e scendendo più volte a terra per dare la caccia alle foche e ai pinguini, che si erano rivelati un ottimo nutrimento.
Cercando un passaggio che dimostrasse la continuità tra due importanti mari intorno al continente, quello di Bellingshausen e quello di Weddell (in tal caso la terra di Graham si sarebbe rivelata un’isola, ma così non è), la Belgica superò il circolo polare antartico e, con l’arrivo dell’inverno australe, restò bloccata dai ghiacci. Questa situazione era stata ampiamente prevista e inizialmente non diede alcuna preoccupazione. Tuttavia, nonostante Cook e Amundsen andassero regolarmente a caccia e cercassero di procurare all’equipaggio la dieta più variata possibile per tenere lontano lo scorbuto, questa patologia si manifestò comunque, e gli effetti della notte perenne e del gelo minarono ulteriormente la salute di parecchi membri. In particolare, si aggravarono le condizioni di Danco, che morì il 5 giugno, lasciando tutti nella costernazione. Il 22 giugno morì anche la gatta superstite, Nansen, che i marinai adoravano, e questo fece precipitare ancora di più l’umore di tutti.
A un certo punto, lo stesso de Gerlache non era più in grado di comandare la spedizione. Secondo la gerarchia, il comando avrebbe dovuto passare ad Amundsen, ma prima di partire de Gerlache aveva ricevuto ordini perentori per cui solo un belga avrebbe potuto comandare la nave e quindi aveva predisposto in modo che a succedergli fosse Lecointe. Amundsen, che veniva a saperlo solo in quel momento, non la prese assolutamente bene, ma di fatto a tenere in pugno la nave erano comunque lui e Cook, gli unici due a essersi conservati in buone condizioni fisiche, indipendentemente dalle gerarchie ufficiali.
A complicare ulteriormente le cose arrivò un’estate australe particolarmente fredda, che non sciolse i ghiacci intorno alla Belgica. Tutti sapevano che non sarebbero sopravvissuti a un altro inverno tra i ghiacci e, quando vide che le acque aperte si trovavano a soli 800 metri dalla nave, Cook propose di servirsi degli esplosivi imbarcati ad hoc per aprirsi un passaggio. Purtroppo una parte delle polveri si era deteriorata e non esplose, ma si riuscì comunque ad aprire un piccolo canale, che fu allargato tagliando faticosamente a mano dei blocchi di ghiaccio con le seghe apposite. Dopo fatiche inenarrabili, il 15 febbraio 1899, la nave poté cominciare a muoversi e, il 14 marzo successivo, quando la temperatura stava riprendendo a scendere e i ghiacci a richiudersi, la Belgica si ritrovò in mare aperto. Ma, prima di riprendere terra a Punta Arenas, località cilena sulla costa nord dello stretto di Magellano, la nave dovette superare ancora una durissima tempesta.
Il ritorno fu amaro. Le lettere che aspettavano a marinai a Punta Arenas contenevano molte brutte notizie. Henri Somers, che si era fatto forza nei mesi più difficili aggrappandosi al desiderio di rivedere la figlia nata subito prima della sua partenza, apprese che la bambina era morta. Così come era morta la fidanzata di Cook, Anna Forbes, vittima di una ricaduta del male da cui sembrava guarita. Era morto anche il reverendo Bridges, missionario e studioso che aveva ospitato l’intero equipaggio nella sua fattoria, la Estancia Harberton, nella Tierra del Fuego, e aveva lasciato in eredità a Cook la bozza del suo dizionario della lingua fuegina, il primo mai realizzato. Un marinaio norvegese, Adam Tollefsen, che aveva già manifestato gravi disturbi psichiatrici, dopo il rimpatrio avrebbe trascorso il resto della vita in manicomio.
Nonostante tutto, poiché la spedizione era stata data per perduta, il fatto che riuscisse a ritornare ad Anversa nel novembre del 1899 fu considerato un grande successo. Oltretutto, gli scienziati a bordo avevano lavorato benissimo, descrivendo e misurando ogni sorta di fenomeni fisici, geografici, astronomici, magnetici, ecc, e scoprendo diverse forme viventi sconosciute. De Gerlache si godette il successo fino alla morte, giunta nel 1934 per le conseguenze di un’infezione. Lecointe, che era di tre anni più giovane, lo aveva preceduto nel 1929. Gli scienziati sarebbero stati tutti più longevi, morendo tutti tra la fine degli anni ’40 e la fine degli anni ’50. L’ultimo membro della spedizione a morire sarebbe stato il tecnico di bordo Max van Rysselberghe (parente del celebre pittore Theo), deceduto a 83 anni nel 1961.
Qualche anno dopo, tra il 1908 e il 1911, Cook fu protagonista di un importante caso scientifico, perché affermò di aver raggiunto con una propria spedizione il polo Nord il 21 aprile 1908, anticipando di un anno il suo vecchio mentore Robert Peary, che invece affermava di esserci giunto per primo il 6 aprile 1909. In realtà, nessuno dei due riuscì a fornire prove decisive delle proprie affermazioni, e l’opinione prevalente degli studiosi moderni è che nessuno dei due sia riuscito a toccare il polo ma anche che fossero entrambi in buona fede quando affermavano di averlo fatto, e che siano stati tratti in inganno dai movimenti della banchisa e dalla difficoltà a compiere rilevamenti astronomici con il cielo coperto. Comunque sia, la competizione tra i due fu soprattutto mediatica e la stampa americana si schierò patriotticamente con il militare Peary (ammiraglio) contro l’outsider Cook, e quella inglese la seguì a ruota.
Più tardi, Cook si lanciò in azzardate speculazioni finanziarie su compagnie petrolifere che lo portarono alla bancarotta e successivamente al carcere, 8 anni tra il 1922 e il 1930, che scontò prevalentemente a Leavenworth, in Kansas. Qui, nel 1928, ricevette la visita di Roald Amundsen, che due anni prima aveva davvero raggiunto il polo Nord viaggiando sul dirigibile Norge e che in quel momento era considerato unanimemente il più grande esploratore vivente. I due si riabbracciarono da vecchi amici e, in seguito, Amundsen si fece parecchi nemici in USA e in Regno Unito perorando a spada tratta su tutti i giornali la causa dell’innocenza e dell’onestà di Cook e sparando a zero sui suoi detrattori e accusatori. Ma ebbe poco tempo per sostenere l’amico, perché il 28 giugno 1928 partì su un idrovolante alla ricerca dei superstiti del dirigibile Italia caduto nel ritorno da un altro viaggio al polo Nord e non tornò più, fu dato per disperso. Una volta liberato, Cook sarebbe poi vissuto in libertà vigilata fino al 1940, quando ebbe un ictus. In considerazione delle sue gravi condizioni, il presidente Roosevelt gli concesse la grazia. Cook morì a settantacinque anni, due mesi e mezzo dopo.















