Arianna Bonino si occupa di organizzazione d'impresa e marketing. Collabora con Pangea, lay0ut magazine, Algoretico, Le Parole di Fedro, L'ottavo

Lužin sui Pirenei, errando

Di Arianna Bonino

Le Boulou è un luogo giallo e verde che deve la sua cromatica varietà all’abbondanza di ilex e ulex selvaggiamente tenaci, avvinghiati alle sue rocce e che si ostinano a creare un colpo d’occhio arboricolo intricato e inafferrabile.

L’occhio è quello di Nabokov, un occhio dotato di recettori e filtri capaci e insidiosamente insinuanti,  acuminati dall’allenamento di numerosi alter ego, tra i quali quello a sua volta pluri-polare dell’entomologo: era il 1923 e a Le Boulou Nabokov era letteralmente a caccia di farfalle, almeno quanto può essere solo a caccia di farfalle uno come Nabokov e cioè soltanto lui.

Per coerenza con l’oggetto di questa mia peregrinazione, è doveroso ricordare che l’”effetto Butterfly” vuole che piccole variazioni nelle condizioni iniziali producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema.

E, a questo punto, è doveroso tener presente anche che Horace Walpole ci aveva avvisati: per tanto che si proceda prevedendo un percorso e con una meta ben a fuoco, può sempre finire -come accadde ai tre principi di Serendippo – che, cammin facendo si trovi sì tutto quello che si cerca, ma soprattutto altro.

Ed eccolo, Nabokov, che proprio lì tra le rocce e i ginestroni dei Pirenei, pronto a catturare un esemplare di Parnassius Apollo dai tremuli e ingannevoli occhi di cinabro con la finissima trama del suo retino, s’imbatte invece in qualcosa di più grande e inaspettato.

Perché fu proprio tra quei lastroni di roccia macchiata di giallo e costellata di attese che, d’un tratto, gli si parò davanti lui, Lužin, e con lui tutta la sua storia da scrivere in russo e da affidare, guarda un po’, a uno pseudonimo, Sirin.

Sembra un caso, una stravaganza: un personaggio come Lužin, inerme e pallido, inamovibile e catafratto dalla corazza delle strategie da affidare ad alfieri e torri, sempre in pausa dalla vita se non quando muove i pezzi nell’illusione del limite misurabile della scacchiera, lui, Lužin, lì sui Pirenei con Nabokov, tra un’ala bianca di farfalla e un vento lieve che, inaspettatamente, la salva alla cattura, nonostante gli stratagemmi e i calcoli.

Cosa ci fa uno come Lužin sui Pirenei?

Uno che fin da bambino sgattaiolava, sì, nella stanza del nonno, dove c’era quella libreria “non chiusa” e piena di favolose soglie pronte a farsi attraversare da voli fantastici, quella Wunderkammer di golose eccentricità, che lui invece ignorava senza sforzo e, come un cecchino che deve portare a termine una missione precisa e scevra da sbavature sentimentali o minacce alla fermezza della mano, sfogliava una rivista illustrata carica di suggestioni che lasciava cadere per arrivare là, solo là, al disegno di una scacchiera: “nessuna illustrazione poteva fermare la mano di Lužin mentre sfogliava i volumi: né le celeberrime cascate del Niagara, né gli affamati bambini indiani…né l’attentato al re di Spagna. La vita gli scorreva davanti frettolosa e frusciante e di colpo si bloccava al prezioso diagramma: problemi, aperture, partite.”

Finalmente un bordo e qualcosa di certo a cui aggrapparsi e che faccia esplodere il calore: la scacchiera.

E da quel momento vede in controluce scacchiere disseminate ovunque, simmetrie, campi di battaglia, pentagrammi su cui ordine le sue musiche: il metamorfismo dinamico o di contatto ha impresso forse anche nel marmo del pavimento una scacchiera, a ben vedere tra le trame della struttura cristallina che lo compone. Così pensa Luzin osservando le piastrelle.

Trova lì un modo di difendersi.

Ma non sempre le cose vanno come ci si aspetta, questo Lužin avrebbe dovuto capirlo fin da bambino, da quando le dieci pendule gambe nude delle cinque pupattole chiuse in quel gabbiotto accanto ai binari della stazione non si animarono per gioco, nonostante l’impatto della sua moneta pronta a dar loro vita.

I meccanismi si guastano e c’è quella variabile imprevedibile che puntualmente arriva e scompiglia l’ordine apparente del numerabile.

Cosa è andato “storto”? Dov’è l’errore?

Errare: quella cosa da fare per trovare la strada: l’enorme e fitta rete di mangrovie del vivere, ribollente di errori, quel che Lužin fugge in difesa preventiva e vana, rincantucciandosi sotto la coperta a scacchi, sempre troppo corta.

Non c’è strategia o  difesa che tenga, a parte quella di saperlo e lasciare che così sia, perché quello è il senso: cercare e procedere tra un ilex e un ulex, a caccia di Parnassius Apollo bianche e fuggevoli.

Lužin sui Pirenei, certo.

Non avrebbe potuto trovarlo altrove Nabokov. E avrebbe vinto quella partita fatale Lužin, se solo non l’avesse giocata, se solo avesse fatto fare alle farfalle.

La difesa di Luzin Book Cover La difesa di Luzin
Biblioteca Adelphi
Vladimir Nabokov. Trad di G. Scarcia e U. Tessitore
Letteratura
Adelphi
2001
232 p., brossura