Anita Mancia, nata a Roma, ha lavorato 20 anni presso l'Istituto Storico della Compagnia di Gesù come assistente bibliotecaria ed Archivista. Ha collaborato con la rivista storica dell'Istituto con articoli sulla Ratio Studiorum, la pedagogia dei gesuiti, i gesuiti presi prigionieri dai pirati e recensioni. Presso l'editore Campanotto di Udine nel 2007 ha pubblicato un volumetto di poesie.

Simenon scrittore di reportage

Di Anita Mancia

«Io sono partito con uno scopo più modesto, quello di vedere il volto dell’Europa di oggi. C’è stata un’Europa prima del 1914, poi un’Europa squarciata dalle trincee e infine un’Europa del dopoguerra.

Ma forse è ancora un’altra Europa questa Europa del 1933 che sonnecchia sotto la neve e che, come chi dorme male, è scossa da bruschi e terrificanti sussulti» 13. Europa 33.

«Se parlo di Europa all’incontrario è perché i francesi si sono abituati a pensare che l’Europa cominci in Francia, mentre quello è il suo punto d’arrivo… Ma l’Europa in realtà comincia dalla parte degli Urali, del Caucaso, insomma in quella zona lì, dov’è difficile dire se siamo ancora in Asia on non più.» Europa 33, 83.

Questo libro, Europa 33, pubblicato da Adelphi nel novembre 2020 è uno dei reportages di Georges Simenon che l’editore milanese ha cominciato a pubblicare con Il Mediterraneo in barca, uscito nel 2019. Il testo è accattivante e avvincente soprattutto visto in un’ottica attuale. Già nel 1933 Simenon poteva vedere ciò che sussultava in modo terrificante e brusco, preannunciando forse una nuova guerra, che infatti sarebbe scoppiata nel 1939. Che l’Europa cominciasse, cominci, dagli Urali, al confine con l’Asia, è un dato originale e vero al tempo stesso e indica la prospettiva che segue questo testo, come se si trattasse di una corsa campestre, che viene presentata in cinque scene ed un epilogo. La prima è quella che comincia con duemila partecipanti, fra i quali cento sono robusti, al Bois de Vincennes o nella foresta di Grünewald. Si conclude nell’ultima scena in cui tre o quattro concorrenti, o forse cinque, si guardano in cagnesco «sbirciando il traguardo. Epilogo: solo uno, o al massimo due, lo raggiungono, a tutta velocità. Al primo viene consegnato un mazzo di fiori, alcune donne lo baciano. Ha vinto!» 82-83. Così si configura la storia d’Europa.

Caratteristica di questi reportages è lo stile. La lingua è parlata, quasi un monologo dello scrittore, molto vivace e brillante, umorale e ironico certo, che si rivolge ad un ascoltatore, che interviene con la voce diretta, come diretto è il linguaggio del reporter, dei suoi interlocutori, le cui affermazioni lo scrittore commenta a caldo. La struttura e la forma dei reportages ha la caratteristica di una serie di istantanee in cui in Russia – Simenon fu a Odessa e in altre città del Mar Nero, della Russia meridionale – il reporter è l’operatore stesso. Scrive Simenon: «Ebbene, in Russia, io sono l’operatore. Mi limito a registrare delle immagini. Ed è per questo che ci tengo ad inserirmi sempre nello scenario. E farò lo stesso nel raccontare la festa della squadriglia» 286. Naturalmente si tratta di un operatore per nulla meccanico o che lavori come un cameraman. E’ un giornalista con il suo vissuto e con le sue idee, anche se questo non implica che la sua sia una registrazione esclusivamente di parte.

Stabilite queste premesse, si possono prendere in considerazione tre scenari interessanti. Quello della Lituania al confine con la Polonia e la traiettoria per Vilnius, la Polonia stessa e la Russia, certo il più interessante di tutti per l’esperimento socialista in atto dal 1917. La Lituania è diventata un piccolo paese nel tempo posteriore alla prima guerra mondiale, ma possedeva Vilnius. La Polonia è il più grande dei piccoli paesi, che ha sofferto una spartizione e che ora possiede Vilnius, che era una città lituana: «Però Vilnius è stata occupata dai polacchi! Ragion per cui i lituani hanno interrotto ogni relazione con loro. E non solo le relazioni diplomatiche. Hanno dato al termine frontiera il suo senso più drastico. Per centinaia di chilometri, in mezzo alla neve che copre il paese, son stati piantati piccoli abeti. Ovunque ci sono soldati con la baionetta in canna che montano la guardia. Non si passa! Né in un senso né nell’altro! Ecco perché alla frontiera mi hanno guardato esterrefatti. Ecco perché ancora adesso, sapendo la Francia alleata con la Polonia, mi accolgono con una gentilezza venata di diffidenza» 42. Il linguaggio è diretto e le immagini lo caratterizzano con forza. Ma c’è la riflessione dell’autore: la diffidenza verso di lui, che viene fatto passare in Lituania con uno stratagemmma, che in quanto appartenente ad una potenza, la Francia (non si fa distinzione tra la Francia e il piccolo fratello belga) alleata della Polonia viene considerato con sospetto, ma pure trattato bene. Ed ecco la descrizione di Vilnius, anche questa come un’istantanea o una cartolina: «Ci sono soprattutto grandi case tristi con, alle finestre, pezzi di cartone che rimpiazzano i vetri via via che si rompono, strade innevate su cui scivolano fetide slitte, e poi poveri, poveri ogni dieci metri, poveri più poveri che in qualsiasi altro paese del mondo» 47. Questa è la Polonia con il corridoio di Vilnius. Un paese poverissimo. Qui la descrizione della povertà in Polonia è paragonata con quella della povertà in Francia. In Francia c’è una povertà di tono diverso. Una donna, per esempio, si fa pettinare da una persona, una clochard, che vive di stenti ma che ha un minimo di dignità. Il povero in Francia può mangiare un pezzo di pane bianco e salame. Questo non sussiste in Polonia dove il povero è radicalmente povero e la povertà non riguarda un numero limitato di persone ma milioni di persone. Occorrerebbe un secolo di pace, sostiene un interlocutore di Simenon, per mutare la situazione. Scrive Simenon: «Se non avete mai avuto fame e non avete mai sentito gli occhi inumidirsi all’idea di un pezzo di pane bianco, non vi sarà facile capire. Eppure questi milioni di esseri vivono a pochi passi da noi, ci circondano. Non basta. Con loro parliamo di politica, di disarmo e di finanza. Ancora, non basta. Formano più della metà dell’Europa e forse, un giorno, il nostro destino sarà legato al loro» 194. Come si vede è un crescendo stilistico che dà luogo ad un giudizio. E più oltre si insiste sulla chiusura delle frontiere sul rifiuto degli immigrati. Gli uffici immigrazione di Varsavia, di Atene e di Samsung sono chiusi. Previsione di una guerra?

Direi che la sezione interessante più di tutto in questo reportage sull’Europa nel 1933-34, è quella riguardante la Russia, perché la Russia, a causa del suo esperimento comunista, è un paese sconosciuto ai più e guardato con sospetto quando non aperta ostilità. Un sospetto che è ricambiato dai russi a loro volta. Incertezza accompagna la navigazione da Istanbul attraverso la Bulgaria e la Romania prima di giungere a Odessa. E’ una nave con equipaggio italiano e in cui a bordo vi sono solo quattro persone. Ebbene tutti guardano con timore alla possibilità financo di entrare in Russia. Dopo molti ritardi e rischi di non passare, Simenon viene riconosciuto da una impiegata dell’Intourist e dopo molte difficoltà che si appianano con burocratica lentezza, Simenon può sbarcare con la moglie ad Odessa. Ma ha sempre alle sue calcagna la donna del ghepeù, dei servizi segreti, che diventa il suo angelo custode.  Se ne libererà soltanto durante la visita della squadriglia. E viene splendidamente descritta l’atmosfera di assenza di libertà, di sconforto, sospetto e mancanza di sincerità durante la visita ad Odessa: «Comincio ad avere la sensazione di vivere in un incubo. E non solo per quello che ho visto. Quello che trovo allucinante, dopo due o tre giorni, è la totale assenza di basi solide, di risposte dirette, di sguardi limpidi. Tutti mentono o nascondono qualcosa, tutti spiano. Lo so, lo sento.» 273. Per questa ragione egli vorrebbe vedere il capo della ghepeù, ma certo non può farlo, stante la situazione. A queste descrizioni e sensazioni siamo stati abituati nel tempo. L’interesse qui risiede nel periodo in cui questa situazione si configura: nel 1933, prima della seconda guerra mondiale, e il modo molto chiaro in cui la situazione è presentata. Perciò consiglio di leggere queste pagine con molta attenzione 249-308. Particolarmente le pagine 307-308 sul famoso tema della disoccupazione che sarebbe assente nella Russia sovietica. Non era così.  Quelli che non avevano da mangiare e che erano poveri, erano solo kulaki, contadini un tempo ricchi che non si erano adattati alla nuova situazione e che quindi dovevano solo morire. Non disoccupazione come in occidente, ma morte certa per gli oppositori o gli inadattati al regime.

A metà libro c’è una intervista molto importante. A Istanbul Simenon va a Prinkipo un’isola a un’ora dalla città, sul mar di Marmara, per incontrare Trotskij. Anche quest’intervista costituisce il clou del libro. Simenon ricostruisce modalità e tempi dell’incontro e le domande – scritte perché spesso i giornalisti travisavano la verità – rivolte a Trotskij. Non c’è una descrizione della persona, perché molte ne sono state date, ma una presentazione degli ambienti. Non c’è nemmeno la risposta a come fu possibile questa intervista. Simenon dice che la disponibilità dell’interlocutore risiedette nella coincidenza fra le domande che aveva intenzione di fare e l’esigenza di Trotskij di trovare un giornalista, forse, capace di porgergliele. La risposta più interessante è quella sullo scoppio di una guerra scatenata dalla Germania fascista dato come assolutamente inevitabile. All’altra domanda personale se sarebbe tornato qualora l’Unione Sovietica lo avesse richiesto perché in pericolo, la risposta di Trotskij è un semplice sì: «Tornerebbe a svolgere un ruolo attivo? Si limita ad annuire, mentre uno dei giovani porta le reti in una delle due barche, probabilmente per la pesca della sera». Simenon considera Trotskij in modo rispettoso e non manca di notare la sua tranquillità. Così commenta: «Ha un’espressione riposata, lo sguardo tranquillo. Mi chiedo se ciò gli costi grandi sforzi. Se non lo faccia per risparmiare le energie. Se, per poter continuare la sua opera, si sia imposto questa vita piena di cautele, che ricorda un po’ l’andatura incerta di un convalescente. O se è solo saggezza la sua» 178-179. Qui è il romanziere che incontriamo con una descrizione psicofisica che non è un ritratto banale, ma la conseguenza di una riflessione sull’aspetto che la persona di Trotskij suscitava.

Ci sarebbero altre parti da commentare, ma il lettore del libro che contiene anche molte foto in bianco e nero come cartoline-istantanee, le troverà da sé. Un testo molto illuminante, avvincente come i reportages del romanziere sanno essere, un testo profetico.

Europa 33 Book Cover Europa 33
Georges Simenon. Trad. di Federica e Lorenza Di Lella
Reportage
Adelphi
2020
377 p., brossura