Paga i conti lavorando nei sistemi informativi. Professore a contratto dell’Università degli Studi di Pisa per passione. Oreste Verrini cammina per curiosità, per ascoltare storie e qualche volta scriverle. E' autore del bellissimo Madri, sulle orme del pittore Pietro Da Talada lungo l'Appennino tosco-emiliano

La voce delle case abbandonate

Di Oreste Verrini

La voce delle case abbandonate di Mario Ferraguti, edito da Ediciclo Editore nella collana «Piccola filosofia di viaggio» è, come consuetudine per questo tipo di pubblicazione, un libro piccolo. Poco meno di cento pagine.

A vederlo, uno penserebbe di poterlo leggere da capo a coda in un pomeriggio autunnale, quando il tempo inclemente invoglia la pigrizia e la lettura. E sarebbe davvero così se non fosse per la densità delle emozioni riportate nelle pagine, per la profondità di alcune affermazioni, per la necessità di fermare la lettura, posare il libro sul divano e riflettere su quanto letto, magari chiudendo gli occhi e immaginando la scena fin nei dettagli.

Bravo Ferraguti certo, ma sono le case a saper raccontare, dice lui, di farlo sempre, anche quando orecchio umano non sente, e di saperlo far bene. «(…)Le case si capisce subito che sono abbandonate scrive nella seconda pagina l’autore, dandoci da principio indicazioni chiare (…)quando sembrano finalmente stare bene con tutto quello che c’è intorno, e prendono i colori dell’erba, della pioggia, del vento, delle cortecce, dei sassi, dei rovi e della terra; quando sembrano ancora più leggere, anche se a mettere radici imparano dagli alberi.»  e continua affinché siano chiare al lettore le differenze tra una casa abbandonata e una solamente chiusa per un certo periodo.

A leggere bene il titolo verrebbe quasi in mente di tuffarsi in un libro malinconico, capace di portarsi dietro un carico di tristezza difficile da smaltire per via della solitudine, dell’abbandono dei ricordi vissuti e di oggetti utilizzati. Non è così; è bravo Ferraguti a non cadere nella facile retorica. Nemmeno la sfiora a ben vedere, allontanandosi fin da subito dalle frasi stucchevoli che fanno effetto, ma lasciano il tempo che trovano. Quello che vuole è raccontarci delle case, di cosa aspetta il novello esploratore, come imparare ad ascoltare le voci delle cose rimaste – così le chiama lui –, ma non solo.

Diventare esploratori richiede un apprendistato; dieci lezioni dice l’autore, e nel dipanarsi di queste personali iniziazioni, Ferraguti racconta con dovizia di particolari ogni singolo momento rendendo quanto mai realistiche e personali le «prove». Si incontrano momenti interessanti e affermazioni ricche di significato; ne riporto un paio, certo che ogni lettore riuscirà a trovare i propri.

Il primo parla degli oggetti, le cose della casa che sono rimasti, lasciati soli, immobili nel loro ultimo momento di vita. Portarli via è rubare? Oppure salvare? (…)prendere cose dalle case abbandonate è restituirgli il respiro, appenderle in cucina, riutilizzarle, regalarle, è ancora una volta rimetterle in tempo. Ridargli la possibilità di essere qualcosa (…)

Come non essere d’accordo, come non vederci una seconda possibilità per le cose lasciate indietro, volutamente dimenticate, destinate, senza la salvifica mano dell’esploratore, ad un immobile oblio.

Il secondo invece riguarda le storie e le case abbandonate (…)E poi girare questi paesi con l’ambulanza di Riccardo, non per soccorrere gente o animali, ma per raccogliere storie, mi fa pensare che sia un soccorso anche questo; raccogliere le storie, salvarle. E allora saper che quella certa casa abbandonata là, è rimasta intatta e nessuno da anni e anni l’ha toccata, perché dicevano ci abitasse una strega, è senz’altro una cosa da sapere per chi esplora case abbandonate. Oppure che in quell’altra casa sola, dove sono rimaste le mura, a passarci si sentiva una voce recitare il rosario (…).

Con le storie e le case abbandonate a passeggiare mano nella mano come due innamorati e l’immagine dell’ambulanza impegnata a salvar ricordi, a farsi pronto intervento per evitare l’oblio, raccogliere frammenti e perché no, incollarli tra loro per farli tornare ad essere un oggetto unico, integro. C’è un qualcosa di cavalleresco nel gesto, di romantico, ma forse a ben vedere anche di disperato e tragico. Un’ultima strenue difesa contro la perdita di un patrimonio di storie, ricordi e tradizioni.

Sono molti i momenti in cui è necessario fermarsi, riflettere sui punti toccati dalla piacevole scrittura di Mario Ferraguti. Ci vuole tempo per leggere questo librino, tempo per fa sedimentare le emozioni che muove, per assaporare le tante immagini dell’Appennino, con il bosco e le case, descritte nei minimi dettagli.

Un consiglio, prendetevi quel tempo e leggete Le voci delle case abbandonate; magari esploratori non lo diventerete mai, ma sono certo, guarderete la casa, quella di famiglia oppure quella dove soggiornate temporaneamente, con occhi diversi.

La voce delle case abbandonate Book Cover La voce delle case abbandonate
Mario Ferraguti
Viaggi, vagabondaggi
Ediciclo Ediotre
2016
93 p., brossura