Anita Mancia, nata a Roma, ha lavorato 20 anni presso l'Istituto Storico della Compagnia di Gesù come assistente bibliotecaria ed Archivista. Ha collaborato con la rivista storica dell'Istituto con articoli sulla Ratio Studiorum, la pedagogia dei gesuiti, i gesuiti presi prigionieri dai pirati e recensioni. Presso l'editore Campanotto di Udine nel 2007 ha pubblicato un volumetto di poesie.

MITO, SOGNO E SILENZIO NELLE VOCI ORCADIANE DI GEORGE MACKAY BROWN (1921-1996) ED EDWIN MUIR (1887-1959)

“Long time he lay upon the sunny hill

  To his father’s house below securely bound.

Far of the silent changing sound was still,

With the black island lying thick around…”[1] Edwin Muir, Collected poems (1954).

“Therefore he no more troubled the pool of silence.

But put on mask and cloak,

Strung a guitar,

And moved among the folk

Dancing they cried,

‘Ah, how our sober islands

Are gay again, since the blind lyrical tramp

Invaded the Fair’!

Under the last dead lamp

When all the dancer and masks had gone inside

His cold stare

Returned to its true task, interrogation of silence.[2]Collected poems (2005).

Pur appartenendo a due generazioni diverse essendo Muir (1887-1959) radicato, come egli riconosce nell’Autobiografia, nell’ottocento, mentre la parabola esistenziale di George Mackay Brown (1921-1996) è tutta novecentesca, questi due poeti hanno in comune un microcosmo insulare, le isole Orcadi, situate a Nord Ovest della Scozia e a circa 250 miglia dalle isole Shetland, che furono territorio di espansione della civiltà celtica fino all’VIII secolo DC e successivamente, territorio di conquista dell’Islanda e del mondo scandinavo norvegese-islandese almeno fino al XIII secolo, per poi passare definitivamente dopo la battaglia di Largs (1263) sotto la dominazione della Scozia, dentro il macrocosmo delle Isole Britanniche E non è un caso, infatti, che come esiste un mainland scozzese per chi abita le isole Orcadi e le Shetland, così esiste anche un doppio mainland orcadiano, Hrossey (l’isola dei cavalli) e  le altre isole che costituiscono l’arcipelago delle Orcadi Un arcipelago nei secoli XIX e XX ripieno di cultura di poesia e di storia, da Ernest Marwick (1915-1977), sociologo, esperto della cultura e del folklore delle Orcadi, a Robert Rendall (poeta 1898-1967) autore di sonetti in dialetto scozzese e dilettante di scienze dell’ambiente al punto da redigere un testo-inventario dei fossili e dei pesci abitanti le acque delle isole Orcadi fra l’Atlantico ed il Mare del Nord, a Eric Linklater (1899-1974), poeta e drammaturgo amico di Muir, fino ad arrivare a George Mackay Brown e ad Edwin Muir. Le loro biografie pur se legate dalla comune origine insulare sono differenti. George infatti, a casa dell’agorafobia che non riesce mai veramente a curare, non si muoverà dalle Orcadi e dalla sua Stromness natale, se non per l’eccezione di alcuni viaggi ad Edimburgo, nel cui collegio di Newbattle studia sotto la direzione ed il tutorato di Edwin Muir,[3] in Irlanda con Seamus Heanes, che gli costerà un terribile attacco di agorafobia lungo una autostrada (nella zona di Connemara 1968), e i viaggi con Gunnie Moberg, abile a strapparlo dalla quotidianità sicura dell’isola, con la quale viaggerà alle Shetland (1988) a Londra (1989) e ad Oxford (1989).

Edwin Muir (Foto wikipedia)

Edwin Muir, invece, conosce il distacco dalle Orcadi all’età di sette anni, quando però il sostrato mito-poietico della sua fantasia è ben conformato, dopo la morte di quasi tutti i membri della sua famiglia ad Edimburgo, il giovanile innamoramento per Nietsche, poi sconfessato, la psicoanalisi (va n analisi in un momento estremamente difficile ma bello della sua vita dopo il matrimonio con Willa) e all’età di 35 anni, tardi, comincia a scrivere poesie. Mentre a  George pare che le isole siano un microcosmo che riflette in sé il macrocosmo nel quale la storia, i caratteri umani, le passioni si esprimono con tanta varietà ed originalità che non c’è bisogno di viaggiare per andare a scovarli altrove, per Muir il viaggio e il sogno sono cifre della sua poesia, così come il tradurre è il mezzo che gli darà da vivere (scrive nell’autobiografia che con sua moglie in Cecoslovacchia, la sua casa era diventata una impresa di traduzioni). Siccome non è questo lo spazio per scrivere un saggio molto articolato sui due poeti, mi limiterò ad illustrare i tre temi che costituiscono l’oggetto di questo studio attraverso l’esame di tre poesie brevi e di una più lunga di George Mackay Brown, e di tre componimenti di Muir. Storia, mito e rivelazione sono contenuti, fra le altre opere, in una raccolta di George dal titolo piuttosto problematico a tradurre, perché inventato: winterfold, ovile (anche nel senso di un riparo al chiuso) d’inverno. Winterfold è il luogo invernale dove viene rivissuto, ri-narrato e re-interpretato il mistero della nascita e quello della morte e resurrezione di Cristo[4], intervallato da un esperimento molto interessante, quello di inserire in una raccolta piuttosto variegata ma salda, 12 liriche estratte dall’Orkneyinga saga e riscritte in un contesto di poesia che si fa storia. Ne scelgo tre, cui aggiungerò la poesia dedicata alla musa di George, Stella Cartwright, per mostrare come lavora l’autore.

Duello in un Arazzo è un poemetto presente in Orkneyinga Saga che recita:

“Age worn, the warrior

Waits in the wall-drape,

From his old shoulder down

He lets the sword slide

Bow-bent, his legs won’t

Bear him again to battle,

Never again will he go,

Gold-rich, to glory”.

“Consumato dall’età, il guerriero

Aspetta nell’arazzo

Dalla sua vecchia spalla

Lascia scivolare la spada,

Chinate-piegate le gambe non vorranno

Portarlo di nuovo alla battaglia

Mai di nuovo egli andrà,

Ricco d’oro alla gloria”.

Interviene un altro poeta, Oddi, che recita:

See how the wordsman

Squares himself to strike

From the wall-hanging

Weapon raised in warning:

Make your settlement soon,

Seamen – the back

Bends for the blow –

Quick, boys, make peace”.

“Guarda come l’uomo con la spade

Squadra se stesso per colpire

Dall’arazzo,

L’arma sollevata in una minaccia:

Fate la pace presto,

Marinai – lo sfondo

Piega per il vento –

Presto, ragazzi, fate pace”.

La natura drammatico-dialogica del confronto tra i guerrieri e l’incitamento all’azione presenti nella saga, diventano una sorta di poema dipinto, di ut pictura poiesis, per citare Orazio, in George Mackay Brown.

Duel in a Tapestry:

“Two figures, one a dwarf

Burdened with hump and sword,

A sewn glittering toad,

The other a skipper horizon – eyed –

In this lordly web

They dance, fixed and futureless,

Will hunchback pierce hero?

A witch’s question.

The swords cross, quiet as a fish, in the linen”.

Duello in un Arazzo.

Due figure, una un nano

Appesantito da una gobba e da una spada.

Un rospo cucito che luccica

L’altro un capitano di nave che guarda l’orizzonte.

In questa rete signorile

Trafiggerà la gobba l’eroe?

Una domanda stregonesca.

Le spade si incrociano, quiete come pesci, sul tessuto”.

Questa poesia visiva (figures/glittering toad/a skiper horizon – eyed) fissa gli eroi in una danza che non ha futuro (questo dato insistito da fixed, un participio passato e da un avverbio di tempo che ha una consistenza semantica importante, futureless, senza futuro) contiene solo una interrogazione – qui il dato si fa importante tenuto conto che l’essenza del fare poesia per George è interrogare il silenzio – su come andranno le cose, chi vincerà la lotta. La risposta è il silenzio di una spada, di due spade quiete (il ritorno al silenzio) come pesci.

George inventa quasi un componimento che non può trovare una base nella saga. E’ il Signore Rognvald[5] attaccato da un Pazzo (earl in inglese non è conte in questo contesto, ma signore di una sorta di vicereame:

The Earl attacked by a Madman

Verse is a golden ring, a gathered silence.

Nobility a cloak, quartered.

Heroism a rune, cold cuttings on stone.

Today in the claw of frenzy

I fluttered, a naked soul.

Masks and songs were no longer a comfort to me.

                                                                                        Earl Rognvald Kolson.

Earl Rognavald attaccato da un Pazzo

La poesia è un anello d’oro, un silenzio raccolto.

La nobiltà è un mantello diviso in quattro parti.

L’eroismo una runa, fredde incisioni su pietra.

Oggi negli artigli della furia

Fluttuavo, spirito nudo.

Maschere e canzoni non erano più conforto per me. Earl Rognvald Kolson.

Questa poesia non ha un riferimento preciso a nessuna di quelle contenute nell’Orkneyinga Saga. Nondimeno essa contiene uniti insieme molti elementi della vita di Earl Rognvald, ed altri che sono propri di George: l’audacia, l’eleganza, la forza, l’ironia ed una certa dose di depressione, che però qui appartiene tutta allo spirito poetico di George. La poesia è enigma. Un anello d’oro, un simbolo, un silenzio raccolto (il tema del silenzio caro a George). La nobiltà è divisibile – di nuovo un simbolo – l’eroismo è una runa, ovvero un racconto, una forma espressivo-interpretativa iscritta nelle rune delle pietre, in un alfabeto di pietra, che coglie l’essenza storica di Hrossey, di Orkney. Ma l’abito del poeta, in questo momento di depressione così fortemente browniana, non giova ad Earl Rognvald Kolson.

Amore e Guerra è un piccolo componimento cesellato, una gioia – nel senso di un prezioso – poetica:

White as snow

White as silver

The lady,

A beauty of whiteness

A kindness

Red as wine.

Another redness, fire

About the castle

A sharp whiteness sword. Earl Rognvald Kolson

In italiano non posso mantenere l’opposizione dei colori e degli stati d’animo whiteness/kindness; red/redness. Ovvero, costruisco l’assonanza su altre parole. Non per questo la poesia perde di freschezza, come di parole cadute limpide nel vuoto:

Bianca come neve

Bianca come argento

La signora

Una bellezza tutt’un biancore

Una bontà

Come vino rossa.

Un altro rossore, fuoco

Intorno al castello

Un acuto biancore, spade.

Ci sono gli elementi della guerra, le spade (si noti che brillano come argento e la donna è bianca come neve e bianca come argento, che dà un lucente brillare), il fuoco e l’amore per Ermengarda, bianca come la neve (si potrebbe anche cambiare di posto l’aggettivo e dire come neve bianca/bianca come argento La Signora) un bianco che è sinonimo di alte qualità fisiche e morali. A lungo si potrebbe continuare su George Mackay Brown e sulla sua lettura mito-poietica della storia. Fornirò soltanto un ultimo esempio, prima di

passare a Edwin Muir, che brilla della nobilità di un animale, il cervo, scelto per essere messo a paragone con la sua musa, Stella Cartwright[1]:

The Escape of the Hart

(for S.C.)

Suddenly, on the hill, pursuit and flight![7]

Taut bows, a hound across the dawn, the stag’s

Enormous leap to pacify the arrow.

Love,

Let the white beast move in power this evening across the

  hunter’s hill, breaking through

All tangled desires, dancing wounds, to a secret water[8].

Cold it was in the corrie that morning,

A harsh rain[9], We drew the prince

Round by the eyrie, the thunder of new water[10].

The Saxon lay in the next glen.

We signed our bread with holy crosses. Then,

Red on the moor, through shrouds and prisms of fog[11], we saw

The hunters

Issue like beads of blood.

God keep our prince our beautiful stag, from such danger

         Again!

He looked at them with a cold eye.

Then rain let down its silver enchanted walls.

La  fuga  del Cervo

Improvvisamente sulla collina inseguimento e fuga!

Archi tesi, un cane al di là dell’aurora, l’enorme salto

 Per pacificare la freccia.

Amore,

Lascia la bestia bianca muoversi in potenza questa sera oltre

  La collina del cacciatore, aprirsi un varco attraverso

Tutti i desideri intrecciati, le ferite danzanti, verso un’acqua segreta.

Era freddo questa mattina nella piccola valle,

Una pioggia dura[12]. Abbiamo tirato il principe

Intorno al nido dell’aquila, il tuono di una nuova acqua

I sassoni erano nella valle accanto

Segnammo il nostro pane con le sante croci. Poi,

Rossi sulla brughiera, attraverso veli e prismi di nebbia, vedemmo

Uscire come gocce di sangue.

Dio guardi il nostro principe, il nostro bel cervo da un tale pericolo

Di nuovo!

Lui li guardò con occhio freddo

Poi la pioggia lasciò cadere le sue pareti d’argento incantate.

Certamente non sfugge l’importanza dell’acqua in questo testo. Nella prima strofe è una secret water. La seconda strofe contiene una harsh rain. La seconda strofe contiene una new water, un’acqua nuova. Finalmente il cervo – e si  noti che Hart, maschile, richiama Heart, il cuore del poeta –  che si è salvato dal cane guarda i suoi salvatori e guarda noi: “He looked at them with a cold eye/Then rain let down its silver enchanted walls. E’ l’acqua l’elemento ricorrente, sempre diverso, generatore di questa poesia. Il ruolo dell’acqua – e certo anche le gocce di sangue, le beads of blood, acqua e sangue  – nella poesia di George è dominante, una chiave per comprenderla. Acqua, sangue, pane spezzato sono anche elementi cristiani, eucaristici.

Edwin Muir è simile, ma al tempo stesso molto differente. I Collected poems nell’edizione curata da J.C. Hall, sono divisi in tre parti first poems (prime poesie), a cui appartiene childhood; journeys and places; the narrow place; the voyage; the labyrinth; new poems. Questa suddivisione è stata volute precisamente da Edwin Muir ed accettata dall’’editore Faber and Faber nel 1952[13], che l’ha fornita di una prefazione elogiativa. Diverso tenore ha, viceversa, la scelta antologica fatta dal poeta Mick Imlah  nel 2008, nei selected poems[14]Per Imlah la vecchia suddivisione ed i titoli mostrano un respiro asfittico. I titoli stessi sono giudicati sbagliati, le poesie mostrano scarsa comprensione del mondo moderno e della tecnologia. In ultima analisi per Mick Imlah Muir potrebbe essere un autore facilmente relegabile all’ambito scolastico. E tuttavia questa operazione riduttiva non tiene conto dell’altro Muir, di quello europeo e freudianamente comprensibile, della forza che incarna il mito, la leggenda. A questo riguardo è utile leggere proprio la poesia The Myth, il Mito, che aiuta a comprendere l’esperienza di vita, difficile e traumatica per le morti successive dei suoi familiari, per l’elaborazione del lutto, di Muir:

The Myth

My childhood all a myth

Enacted in a distant isle:

Time with his hourglass and his scythe

Stood dreaming on the dial,

And did not move the whole day long

That immobility might save

Continually the dying song

The flower, the falling wave.

And at each corner of the wood

In which I played the ancient play,

Guarding the traditional day

The faithful watchers stood.

My youth a tragy-comedy,

Ridiculous war of dreams and shames

Waged for a Pyrrhic victory

Of reveries and names,

Which in slow-motion rout were hurled

Before sure-footed flesh and blood

That of its hunger built a world

Advancing rood by rood.

And there in practical clay compressed

The reverie played its useful part,

Fashioning a diurnal mart

Of radiant east and west.

So manhood went. Now past the prime

I see this life contrived to stay

With all its works of laboring time

By time beguiled away.

Consolidated flesh and bone

And its designs grow halt and lame;

Unshakeable arise alone

The reverie and the name.

And at each border of the land,

Like monuments a deluge leaves,

Guarding the invisible sheaves

The risen watchers stand.

Il Mito

La mia fanciullezza tutt’un mito

Messo in scena su un’isola lontana;

Il tempo con la clessidra e la falce

Stava sognando sulla meridiana,

E non si mosse per l’intero giorno

Affinche’ l’immutabilità salvare potesse

Continuamente il canto morente,

Il fiore, l’onda cadente.

Ad ogni angolo del bosco

Nel quale l’antico gioco giocavo,

Proteggendo il giorno tradizionale

Stavano i fedeli guardiani.

La mia gioventù una tragicommedia,

Una guerra ridicola di sogni e vergogne

Intrapresa per una vittoria di Pirro

Di fantasticherie e di nomi,

Che erano lanciati in lenta rotta

Davanti alla carne ferma e al sangue

Che della sua fame costruì un mondo

Passo dopo passo avanzando.

E là compressa in pratico fango

La fantasticheria giocò la sua parte utile,

Un mercato diurno modellando

Di est ed ovest radiante.

Così passò l’età matura. Adesso dopo l’acme

Questa vita vedo foggiata per stare

Con tutte le sue opere del tempo che lavora

Dal tempo sedotta.

Carne consolidata ed ossa

E i suoi progetti crescono zoppi e storpi,

Fermi sorgono soli

La fantasticheria e il nome.

E ad ogni confine della terra

Lascia un diluvio. Come monumenti

Proteggendo i covoni invisibili

Stanno i guardiani risorti.

E’ un testo autobiografico, lungo per le dimensioni di una poesia, ma sintetico come autobiografia. Non si potrebbe dire un verso asfittico quello che lo caratterizza. Il testo inglese ha la rima alternata, che in italiano ho mantenuto trasferendola dove potevo. L’assonanza è una sorta di chiave fondamentale per tradurre.

Colpisce la capacità simbolica molto intensa anche al livello della vita personale e del corpo. Nonostante la lontananza dalla sa terra, le Orcadi, il poeta vi rimane attaccato.

La poesia intitolata Song, Canzone è pure fra le più fresche e fragranti di Muir. E’ dedicata all’amore coniugale, simbolicamente rappresentato e idealmente forte.

Song

Why should your face so please me

That if one little line should stray

Bewilderment would seize me

And drag me down the tortuous way

Out of the noon into the night?

But so, into this tranquil light

You raise me.

Ho could our minds so marry

That, separate, blunder to and fro,

Make for a point, miscarry,

And blind as headstrong horses go?

Though now they in their promised land

At pleasure travel hand in hand

Or tarry.

This concord is an answer

To question far beyond our mind

Whose image is a dancer.

All effort is to ease refined

Here, weight is light: this is the dove

Of love and peace, not hearthless love

The lancer.

And yet I still must wonder

That such an armistice can be

And life roll by in thunder

To leave this calm with you and me.

This tranquil voice of silence, yes,

This single song of two, this is

A wonder.

Canzone

Perchè il tuo volto dovrebbe piacermi così che

Se una piccola linea dovesse deviare

Confusione mi afferrerebbe

E giù alla tortuosa via mi trascinerebbe

Dal mezzogiorno alla notte?

Ma così in questa luce tranquilla

Tu m’innalzi

Come potrebbero sposarsi le nostre menti

Così che separate, inciampare qua e là,

Tendere a un punto, sbagliare

E cieche andare come cavalli testardi?

Benchè ora esse nella loro terra promessa

Piacevolmente viaggino mano nella mano

O sostino.

Questa concordia è una risposta

A domande ben oltre il nostro intelletto

La cui immagine è una danzatrice.

Ogni sforzo diventa piacevole

Qui il peso è leggero; questa è la colomba

Dell’amore e della pace, non amore senza cuore.

Il lanciere.

Eppure ancora mi devo meravigliare

Che un armistizio siffatto ci possa essere

E la vita in un tuono rotoli

Per lasciare questa collina con te e con me.

Questa voce tranquilla di silenzio, sì,

Questo canto unico di due, questo è

Una meraviglia.

Il percorso poetico è anche filosofico, forse idealistico: l’armonia di due, l’amore e la pace, l’amore che ha un cuore. Difficile commentare oltre un testo che già dice di sé tutto nel percorso che compie.

Poeti come Brown e il duetto Edwin Muir-Willa Anderson hanno suscitato discussioni e critiche.

Prima di chiudere mi soffermerò soltanto sulla critica di Kenneth White a George Mackay Brown mettendone in evidenza i punti deboli e confrontandoli con quelli di Brown.

Kenneth White[15] si definisce esule dalla Scozia – l’ha lasciata dal 1967 – perché non condivide la linea degli scrittori non progressisti e non illuministi che caratterizza parte degli intellettuali di quella terra. Di conseguenza in Francia ha fondato una cattedra di geo-politica. E’ interessante ascoltare la sua opinione sul concetto che George Mackay Brown ha della letteratura e la sua risposta a questa:

“Nowadays, write Brown (in An Orkney Tapestry) our western art is autonomous, private, a cold lonely kingdom. It presents us with the human condition but makes no claim to do anything about it; being cut off from labours and hungers; being the preserve of sophisticated people, a small priesthood who can appreciate and understand, they alone.

I can sympathize with this statement, at least in part. I don’t think myself great art is autonomous. I think it is based on the world of life (but both ‘world’ and ‘life’ can be reexamined, rethought, reformed). So I agree with George Mackay Brown that art is not autonomous, but I know, and there I disagree with him, that the way to great art can be cold and lonely… While too, like Brown, I loathe empty sophistry, I consider that some sophistication of research, thought and argument is a necessary stage in any significant artistic process”.


Insomma, un po’ sofisticamente, White è e non è d’accordo con Brown. Quello che lo disturba è l’approccio a-critico al cristianesimo-cattolico di Brown, il suo approccio a-critico alla saga delle Orcadi assunta per quello che è, come se la letteratura si fosse fermata al XII secolo e non fosse andata oltre. White, non nel dettaglio, esamina anche la posizione di Muir, che al contrario di Mackay Brown, un sedentario, fu, invece, un vagabondo. Per White è apprezzabile il fatto che in Muir si trovi il riconoscimento che la Scozia non fornisce né i confini di una nazione e nemmeno quelli di una provincia. E’ come – usa proprio questa espressione – una sorta di buco vuoto.

Che posizione prendere, allora, quella di Brown o quella del vagabondo, ma legato al mito orcadiano, Muir? Nessuna delle due per White, che, pur d’accordo con Eliot al riguardo dei limiti della letteratura scozzese e con Muir al riguardo del nomadismo, preferisce una via che lo conduca nel lontano nord, nel nord Bianco (e gioca con il significato del suo nome) aprendo la via ad uno spazio tutto da conquistare, ma vuoto. La via del Lontano Nord (il Canada), della geo-politica che non si ferma a nessun obiettivo acquisito, ma va oltre, in uno spazio geo-politico bianco, vuoto, da riempire.

Non credo sia mio compito mostrare i limiti di questa visione che allarga lo spazio della letteratura dell’estremo nord fino a ricuperare un vuoto geografico nel quale inserire qualunque vagabondaggio intellettuale. Basti far vedere che esistono un dibattito ed una via interpretativa molto netti tanto a livello della letteratura inglese quanto a quello della scozzese insulare, ai due livelli delle isole Britanniche, e quindi doppiamente insulare, territoriale, il Mainland scozzese, e insulare scozzese. Personalmente sono incline a includere piuttosto che escludere fra loro le concezioni del sedentario Mackay Brown e del wanderer Muir. Questo basti, per ora, a dire la ricchezza culturale prodotta nell’ambito della riflessione teorica e della poesia scozzesi.

[1] La prima strofe di Childhood, fanciullezza dai “Collected poems of Edwin Mir (London Faber and Faber 1952)  17. Traduzione: “A lungo gacque saldamente legato alla casa di suo padre sottostante/Lontano la silente baia cangiante era immobile/Con le isole nere che spesse giacevano intorno”. Questo tema dell’isola patria ed origine del mito torna nuovamente nei Collected poems, in “The Myth”, “Il Mito” “My childhood all a myth enacted in a distant isle” “La mia fanciullezza tutta un mito/Messo in scena su un’isola lontana”. Avremo tempo di esaminare questo pomponimento più oltre, basti per ora avervi accennato. Le poesie di Edwin Muir sono state tradotte in italiano da Marina Pellizzer nel 1974 per i tipi di Einaudi nella collana della oesia, con il titolo “Un piede nell’Eden”. Sono state oggetto di un’altra traduzione nel 2010.

[2] The Collected pems of George Mackay Brown edited by Archie Bevan & Brian Murray (London Murray Publishers 2005 paperback 2006) 45-46. Traduzione: Perciò non intorbidì più la polla del silenzio/Ma mise una maschera e un mantello, /accordò una chitarra/E andò fra la gente./Danzando gridavano ‘Ah, come le nostre sobrie isole/Sono di nuovo gaie da quando questo cieco vagabondo lirico/Ha invaso la fiera’! /Sotto l’ultima lampada spenta/Quando tutti i danzatori e le maschere furono entrati/Il suo sguardo freddo/Tornò al suo vero compito, l’interrogazione del silenzio”. Questo – enunciato qui in uno stile oracolare, si sarebbe tentati di dire con Nietsche, dionisiaco – è lo scopo della poesia di george Mackay Brown, il poeta in quanto colui che interroga il silenzio. Su questo tema si veda il saggio fondamentale di ROWENA MURRAY & BRIAN MURRAY. Interrogation of silence. The writings of George Mackay Brown (London John Murray Publishers 2004) 320 pagine.

[3] Si veda la biografia scritta da Maggie FERGUSSON. George Mackay Brown. The life (London John Murray Publishers 2007, paperback edition) 363.

[4] Winterfold contiene infatti Betlemme; la porta d’Oro; Natale; il Guardiano del Cancello della mezzanotte; un poema per riparo; poemi del te’, il sedici aprile (giorno dedicato a San Magno); Violinisti alla festa del raccolto; un calice in forma di gheppio (dodici liriche norvegesi del dodicesimo secolo), la diserzione delle donne e delle foche; i Vichinghi: tre canzoni d’Arpa; la fuga del Cervo per Stella Cartridge; il Mare; quattro elegie; un pescatore sgraito; Eynhallo: un contadino ed il Monastero; Deor (dall’inglese antico); sette traduzioni di un poema erduto; vedova del mare; Stazioni della Corce. ;Già dai titoli si può osservare che quest’opera contiene insieme l’essenza del mistero religioso di Cristo unito con la storia delle Orcadi, reinterpretata in chiave mitopoietica ed espressa da uno storyteller, il suo autore.

[5] Earl Rognvald Kolson è un personaggio storico molto importante del mondo norvegese del XII secolo. Per George (cfr la sua Autobiografia, for the Island I sing, Per le isole Canto a pagina 10) è una fonte di ispirazione altissima presente nella saga di Orkney. Nipote di San Magno, organizza la crociata a Gerusalemme, Bisanzio e Roma fra il 1151 e il 1154. Prima che fosse nominato Earl, Signore, il suo nome era Kali Kolson, poeta- Kali kolson, alias Rognval Kolson era figlio di Kol Kalason ed il suo luogo di residenza si trovava in Norvegia, ad Agder. Menzionato nella orkenying saga (Cfr Orkneyinga saga. The History of the Earls of Orkney, Translated with an introduction by Herman Palsson and Paul Edwards, London Penguin Books 1981), in particolare l’Indice a pagina 240, che consente di risalire a tutte le citazioni particolari contenute nell’opera. Alla morte di Sigurd re di Norvegia, una parte – metà della Norvegia secondo la saga – era stata trasmessa ad Harald, che a sua volta aveva fatto dono di Orkney a Rognvald. Il possesso delle Orcadi non fu di facile esecuzione, per l’esistenza di alcuni pretendenti, fra cui Earl Paul contro il quale Rognvald ed i suoi amici combatteranno. Dopo vari viaggi e sconfitte in primavera, in coincidenza con la marea primaverile ed un vento da est, che rendeva impossiile la navigazione, decisero di salpare da Shetland a Westray, a nord ovest di Hrossey (Mainland). Un venerdì giunsero a Perowall, a Westray. Sena stare a seguire tutte le vicissitudini attraverso le quali Rognvald passò, sappiamo che fu creato Earl di Mainland (Hrossey) ad Orkney, mentre aul divenne Earl dell’isola di Rousay. Quello che ci interessa qui più direttamente, a parte le vicende storiche del suo viaggio in Terra Santa ed a Bisanzio in una crociata, è che Rognvald fosse davvero un poeta. Ove è interessante lo scambio culturale fra il mondo scandinavo e quello bizantino insieme con la ripresa di questo scambio da parte di un poeta orcadiano come George Mackay.

[6] Le iniziali sono quelle di Stella Cartwright, amica e fidanzata del poeta. Sulla relazione amorosa fra George e Stella cfr l’autobiografia G. M. Brown, “For the Islands I sing”. An autobiography. (London John Murray 1997) 137-141 e ancora Maggie FERGUSSON cit, 138-62.

[7] In questo attacco è contenuta sinteticamente tutta la poesia, con una grande accelerazione ritmica.

[8] E’ la prima volta che ricorre l’acqua, come acqua segreta, una sorta di sorgente nascosta, nucleo della poesia come poetare.

[9] Qui l’acqua si fa pioggia, dura

[10] The thunder of a new water, il tuono di un’acqua nuova.

[11] Ancora l’acqua, questa volta sotto forma di gocce condensate.

[12] E’ una pioggia stridente alla vista.

[13] Edwin MUIR. Collected Poems (1921-1951) (Faber and Faber, London 1952 196 pagine.

[14] Edwin MUIR. Selected Poems edited by Mick Imlah(Faber and Faber, London, first ublished 2008) xxiv-82.

[15] Kenneth WHITE. On the Atlantic Edge. A Geopoetics Project(The Hiliner Series. Sandstone Press litd Highland Scotland 2006).