Appassionata di fotografia, teatro, cinema e natura. Si è occupata di programmazione e organizzazione culturale ed è coautrice del documentario Amaranto

Cominciamo una nuova rubrica. Si chiama Camminare, raccontare, fotografare. In questo nuovo spazio, fotografi professionisti e non, potranno mandarci alcuni loro scatti e un breve testo in cui raccontarci il loro rapporto con questa straordinaria forma di arte e di racconto. In un’epoca di visibilità esasperata, che in realtà non ha nulla a che fare con lo sguardo, la fotografia ci sembra una meravigliosa forma di resistenza contro l’immagine a tutti i costi. E non è un paradosso anche se può sembrarlo. Oggi cominciamo con l’ospitare Manuela Cannone, che ringraziamo per la disponibilità.

Faccio fotografie ogni giorno, una ventina in media al giorno. Non sono una fotografa ma faccio fotografie perché non potrei fare altrimenti. È qualcosa che mi emoziona e mi fa stare bene. Una specie di medicina per l’anima. Uscire e guardare fuori con gli occhi attenti a celebrare il cielo o una collina, un canneto, o una sbarra di ferro, una porta vecchia o la gemma di una pianta.

Io credo che il valore di questa cosa stia nel fatto che non abbia un senso o almeno non apparente. Celebrare ciò che non ha prezzo, ciò che non si vede è un modo per me per creare un rapporto con ciò che ho davanti, una specie di sposalizio con tutto ciò che non ha importanza. Una sorta di azione politica e poetica: il riscatto del sommerso.

Il senso per me in quel momento, nel momento in cui scelgo un taglio o una composizione, è creare uno scenario di bellezza, è un modo per giocare con la realtà, con la vita. Una selezione del mondo che vorrei, solo quello, consolazione di ciò che non mi piace e mi fa stare male. Ma invece mi fa stare bene e mi dà gioia ciò che vedo e che scelgo. Faccio fotografie ogni giorno da vent’anni, da quando per caso ho avuto in mano uno strumento con cui potessi esprimermi e con cui creare relazioni.

I miei soggetti sono gli alberi, gli animali e i paesaggi soprattutto. Faccio foto anche al mio corpo ma questa è un’altra storia, intima. Faccio fotografie per necessità perché ho poca memoria e fermare l’attimo, il tempo, mi dà modo di ricordare nei particolari la storia vissuta, la relazione con il luogo e con il tempo. Pavese scriveva “non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi”. Per me ogni attimo che fermo è una storia che riemerge dal passato, un modo per raccontare la mia emozione, il mio stupore.

Le mie figlie mi dicono che dovrei avere dei paraocchi per non fermarmi ogni qualvolta vedo, scorgo, mi accorgo ed esulto per qualcosa che passa sotto i miei occhi, ma invece io credo che avere con me la macchina, sempre nella borsa, è un modo per vedere meglio, guardare oltre, attraversare lo spazio e il tempo. È qualcosa che mi esalta! Faccio foto come se scrivessi un diario, come se dipingessi delle tele, come se preparassi dolci profumatissimi da mangiare con gusto.

Faccio fotografie perché non potrei fare altrimenti.

L’immagine di copertina è tratta da Amazon.it